F1
TastoEffeUno.it
La "Guida in linea" sul Web!
GUIDE
TUTORIALS
CORSI
TEMPLATE
VIDEO
QUIZ
GIOCHI DIDATTICI
Test Accesso Programmato 2024
MATERIA: COMPETENZE DI LETTURA E CONOSCENZE ACQUISITE NEGLI STUDI
Quesiti Risposta Multipla
122. La Costituzione italiana dice che il voto è uguale. "Uguale" significa che:
l'ammissione al voto non può essere subordinata a particolari condizioni
il diritto di voto deve essere esercitato solo dalla persona a cui è attribuito, salvi i legittimi casi di voto assistito
ogni voto vale come un'unità
il voto non deve essere frutto di coercizioni
votare o non votare è lo stesso
171. La scienziata Rita Levi-Montalcini operò nel campo:
dell'ottica
della fisica
della chimica
della neurologia
dell'astronomia
43. Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente o implicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.
Un momento di cesura nella rappresentazione del Meridione si verificò con i moti del 1848, animati dai liberali napoletani che chiedevano a gran voce libertà costituzionali per il Regno delle Due Sicilie. Il governo borbonico reagì con un’impietosa repressione: molti intellettuali si rifugiarono all’estero, in particolare in Piemonte. Il rapporto che gli esuli stabilirono con i paesi che li accolsero, permetteva loro di connotare sempre più negativamente la patria napoletana come “reazionaria”.
Il paese di accoglienza veniva contrapposto al regno borbonico, attraverso un processo di bipolarizzazione, come la civiltà alla barbarie: l’“Italia” divenne così l’alter del Regno di Napoli. In particolare, gli esuli articolarono il discorso su due fronti strettamente intrecciati tra loro: l’inefficienza dell’apparato di governo borbonico e la persistenza di tradizioni ancestrali che rendevano, a loro parere, le classi meridionali impermeabili alla modernità. La propaganda antiborbonica interagì con gli stereotipi sulla società meridionale che avevano preso forma nella cultura italiana ed europea nel secolo precedente. […]
Secondo la vulgata borghese, affinché l’Italia meridionale potesse raggiungere lo stesso livello di civiltà del Settentrione e dell’Europa occidentale, la razionalità doveva prevalere sulla superstizione e sull’irrazionalità dei suoi abitanti.
(Da: Conelli Carmine, Razza, colonialità, nazione. Il progetto coloniale italiano tra Mezzogiorno e Africa, in Deplano Valeria e Pes Alessandro “Quel che resta dell'impero. La cultura coloniale degli italiani”, Mimesis Edizioni)
Facendo riferimento a quanto affermato nel brano, il discorso ottocentesco sulla società meridionale è caratterizzato da tutti questi elementi TRANNE uno, quale?
Il persistere della superstizione
L'inefficienza dell'amministrazione statale
Il rifiuto della modernità
La scarsa produttività economica delle classi popolari e borghesi
L'inettitudine dell'élite politica borbonica
220. Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente o implicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.
Caro Professor Lévi-Strauss, lo so, lei ci ha lasciati qualche mese or sono, ma le scrivo lo stesso, perché forse solo lei, dal suo meritato ritiro riuscirà a leggere lo sconforto. Noi quaggiù, che abbiamo studiato sui suoi libri e su quelli dei molti bravi antropologi culturali che hanno saputo costruire una disciplina in grado di leggere l’umanità con occhi diversi, ci siamo rimasti male. Male a vedere, che quasi un secolo di studi, di dibattiti per cercare di smontare, faticosamente, l’etnocentrismo, che ci accompagna tutti e far comprendere che non esistono culture superiori o inferiori ma semplicemente diversi modi di organizzare la società e le relazioni umane, non è servito a nulla. O a ben poco se nel 2010, dopo una riforma dei licei definita con modestia dalla sua autrice Mariastella Gelmini “epocale”, possiamo leggere nelle indicazioni nazionali dei licei delle Scienze Umane che tra i temi da affrontare ci sono le cosiddette culture primitive, il loro carattere prevalentemente magico-sacrale, e il passaggio alle cosiddette culture evolute. Speravamo che l’aggettivo “primitive” fosse rimasto solo un rigurgito del passato, magari utilizzato in conversazioni al bar, ma non che finisse in un testo governativo. È vero, hanno aggiunto un “cosiddette” per addolcire un po’, ma si potevano trovare ben altri modi o semplicemente si poteva parlare di culture e basta. [...]
E poi come giustificare il “passaggio alle cosiddette culture evolute”? Nelle pagine successive, abbandonata la prospettiva antropologica, infatti di culture non si parla più, ma solo di civiltà. Ça va sans dire che non si parla più di Africa, Oceania, Asia, ma della luminosa Europa. Loro, i primitivi hanno la cultura, noi la civiltà. Le hanno anche fatto un torto, professore: tra le letture consigliate hanno indicato proprio un suo libro, Tristi Tropici, di cui sinceramente ricordo le minuziose descrizioni delle pitture facciali dei Caduveo, le raffinate analisi sul loro concetto di simmetria, l’attenzione per la complessità dei sistemi simbolici e dei meccanismi narrativi delle popolazioni da lei incontrate. Ricordo il suo, talvolta persino pedante, disgusto nei confronti del passaggio alle “culture evolute”. Sono bazzecole, forse, ma rivelano come minimo scarsa attenzione al linguaggio. Perché se non è semplice sciatteria, allora è grave. Significa che tutto lo sforzo compiuto per dimostrare che la maggior parte delle dicotomie basate sul binomio noi/loro sono frutto di una nostra costruzione è stato vano.
(M. Aime, "Caro Lévi-Strauss ci perdoni", Il Manifesto, 28 marzo 2010)
L'intento dell'autore è:
dichiarare il fallimento degli studiosi di antropologia in merito al cambiamento culturale della società e del suo modo di percepire le altre culture
criticare la decisione di introdurre lo studio dell'antropologia nei licei italiani
proporre un nuovo approccio allo studio dell'antropologia culturale nei licei delle Scienze Umane
muovere una critica al programma di antropologia così come descritto nell'ultima riforma scolastica
presentare il lavoro di antropologia di un vecchio professore
92. Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente o implicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.
Dimenticate Indiana Jones. Le avventure in luoghi esotici. I lunghi periodi trascorsi isolati in savana o nella giungla. I ponderosi volumi che raccolgono anni di studio. L'antropologia è cambiata: sempre meno studia i popoli lontani, sempre più documenta i mutamenti in atto nelle società. E oggi l'antropologo occidentale lo fa in collaborazione con i colleghi locali. Interagisce con specialisti di altre discipline e collabora con istituti di ricerca e università come pure Ong o imprese profit. Si sono aperte nuove opportunità, di ricerca e anche professionali, per i giovani che sappiano e vogliano coglierle.
L'antropologia, nata nell'Ottocento, si è strutturata come disciplina ai primi del Novecento. Le grandi potenze avevano conquistato l'Africa, ma non la conoscevano. Volevano sapere con quali popolazioni avevano a che fare. «Gli antropologi – spiega Marco Aime, professore di Antropologia culturale all'Università di Genova –, pur in gran parte anticolonialisti, erano finanziati proprio dagli Stati coloniali. Non è un caso che le nazioni che più hanno dato alla nostra disciplina siano state Francia e Gran Bretagna». Gli antropologi si recavano sul posto e vi rimanevano per anni, analizzando ogni aspetto della cultura che incontravano. «Ne risultavano monografie che sono rimaste nella storia – continua Aime –, ma rileggendole oggi si nota che sono datate. Anzitutto erano scritte per un pubblico occidentale, non per i locali. Dubito che un Nuer degli anni Quaranta abbia mai letto la monografia sui Nuer di Evans-Pritchard. In secondo luogo, riflettevano un punto di vista tutto occidentale. Le popolazioni locali non partecipavano in alcun modo alla ricerca». A partire dagli anni Settanta, il panorama cambia.
La vecchia figura dell'antropologo finisce in soffitta. La ricerca sul campo rimane imprescindibile, ma gli studi diventano più complessi. «Se parliamo di scoperte – osserva Aime –, possiamo dire che in antropologia è stato scoperto… tutto. Nel secolo scorso è stato fatto un atlante delle popolazioni raccontandole nel dettaglio. Oggi non si studiano più le popolazioni, ma i processi. Per esempio, i cambiamenti che avvengono in città, il sincretismo culturale, come i giovani africani si approcciano al web, ecc.». Anche le ricerche non vengono più elaborate solo per un pubblico occidentale. «Ormai (ed è giusto così), le popolazioni vogliono essere protagoniste – osserva Anna Casella Paltrinieri, docente di Antropologia culturale all'Università Cattolica –. Vogliono conoscere ogni aspetto delle nostre ricerche. Inoltre, sul campo ormai lavorano anche antropologi locali molto preparati. Non si può più prescindere dalla loro collaborazione».
(Tratto da: "Professione antropologo" di Enrico Casale, rivista Africa)
Secondo Marco Aime:
i Nuer negli anni Quaranta riflettevano un punto di vista occidentale
le popolazioni oggi vogliono essere protagoniste degli studi fatti su di loro
le ricerche fatte nell'Ottocento sono datate, quindi oggi sono inutilizzabili
nel Novecento è stato fatto un inventario di tutte le popolazioni esistenti
oggi lavorano sul campo anche antropologi locali
141. L’invenzione di una macchina che sfruttava la pressione del vapore per generare movimento di componenti meccaniche è attribuita a:
Leonardo da Vinci
Nikola Tesla
Antonio Meucci
James Watt
Guglielmo Marconi
13. Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente o implicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.
La teoria delle località centrali è stata formulata tra gli anni ’30 e ’40 del ‘900 a partire da concrete osservazioni sulla Germania meridionale. A questa teoria si sono ispirati, in seguito, numerosi economisti e geografi, specialmente statunitensi. Il ruolo della clientela rurale è decisivo per spiegare la struttura delle reti urbane. I vari centri sono gerarchizzati, e la loro localizzazione obbedisce a leggi precise: “la gerarchia è un sistema spaziale” (Brian Barry). Nel caso di una pianura omogenea, accessibile allo stesso modo da tutte le direzioni, la rete urbana assume la forma di nido d’api (esagoni giustapposti, ognuno dei quali è un’area d’attrazione). Questa disposizione geometrica rappresenta la situazione ideale, perché minimizza le distanze e quindi i costi degli spostamenti.
Fra i centri di uguale importanza, la forma esagonale delle aree di attrazione risulta dall’adattamento di aree che, a rigore, dovrebbero essere circolari. I centri di livello superiore sono meno numerosi, perché i commerci e i servizi rari richiedono aree di attrazione più vaste. Il problema è capire perché il disegno assume una struttura geometrica. Il fenomeno si spiega partendo da una rete inizialmente composta da soli centri di primo ordine. Considerato che i centri già esistenti forniscono tutti i beni e servizi necessari, la migliore localizzazione per la nascita di un centro commerciale inferiore si pone esattamente ad un punto mediano fra tre località centrali di primo ordine: la località di secondo ordine si trova al centro del triangolo che ha per vertici tre località di ordine superiore. Ripetendo il procedimento, si constata che ogni località di livello inferiore si trova al centro di un triangolo formato da tre località di livello immediatamente superiore. […]
La teoria delle località centrali permette anche di affermare che nei Paesi vecchi rimane poco spazio per la nascita di città nuove, a parte quelle che possono svilupparsi su giacimenti minerari o in regioni turistiche.
(da: “La teoria delle località centrali”, in Geografia dei rapporti città-campagna, di J. B. Charrier, Ed. FrancoAngeli, pp. 122-125)
Secondo la "Teoria delle località centrali", la rete urbana assume la forma di un nido d'api, ossia costituita da esagoni:
tridimensionali
sovrapposti
deformati
adiacenti
distanziati
190. Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente o implicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.
Il nome "eschimese" deriva dall'algonchino, una lingua indiana, che in modo dispregiativo chiama questo popolo "mangiatori di carne cruda" (letteralmente si traduce "mangia crudo"). Gli eschimesi chiamano invece loro stessi Inuit, che significa "veri uomini". Le prime documentazioni relative a insediamenti umani nel continente americano risalgono a circa 28.000 anni fa. Questi popoli, definiti "protoindiani", non abitavano ancora l'Artide, che ai tempi era ricoperta quasi completamente da un immenso ghiacciaio. Circa 6.000 anni fa alcune di queste popolazioni iniziarono un movimento migratorio verso l'odierna Alaska, cosicché dal 500 d.C. cominciano ad essere documentate le prime civiltà specializzate nella caccia in mare aperto.
Quando nel XVI secolo i grossi cetacei cominciano a evitare l'Artide a causa dell'irrigidirsi del clima, gli eschimesi si trovano costretti a cibarsi unicamente di foche; questo dà la spinta necessaria allo sviluppo di una nuova tecnologia che permetterà di pescare anche in pieno inverno: la pesca attraverso un foro nel ghiaccio. Gli eschimesi cacciano almeno 20 specie di animali, sfruttando tutti gli habitat e tutte le catene alimentari dell'Artide.
In inverno gli Inuit si dedicano prevalentemente alla caccia alla foca. In aprile e in maggio si dedicano alla caccia in mare aperto ai cetacei e alla caccia sulla terraferma all'orso bianco e al bue muschiato. In estate e in autunno vi è la caccia collettiva ai caribù, la caccia con trappole ai lupi, alle volpi ed alle lepri, la pesca del salmone, la caccia ad uccelli acquatici e la raccolta di erbe e di frutti commestibili. Prima dell'avvento del motore gli eschimesi spostavano gli insediamenti con il variare delle stagioni, visto che non si potevano inseguire prede che fossero più lontane di un giorno di cammino tra andata e ritorno.
Oggi non è più così visto che grazie a motoslitte e barche a motore i cacciatori possono compiere lunghi viaggi in tempi così brevi da non assomigliare minimamente alla tabella del cacciatore eschimese tradizionale. Grazie alle nuove tecnologie derivate dai contatti con l'uomo occidentale, i campi eschimesi tendono a diventare villaggi stabili. Un vecchio eschimese ha riassunto così "Da quando mio figlio ha comperato motori per le barche abbiamo una dimora stabile; da quando mio figlio, grazie al fucile e alla motoslitta, raggiunge la preda, non soffriamo più la fame."
(Tratto da: Gli eschimesi: il nome, la storia, www.inftub.com)
Quale delle seguenti affermazioni è corretta?
Gli eschimesi, venendo a contatto con l'uomo occidentale, hanno iniziato ad imitarne i costumi, compresi gli insediamenti stabili
L'avvento del motore ha cambiato le abitudini alimentari degli eschimesi, consentendo loro di introdurre nella dieta anche frutta e verdura
L'uomo occidentale ha insegnato agli eschimesi come costruire dimore stabili anche nell'Artide
Prima del contatto con l'Occidente gli eschimesi erano nomadi
Grazie alle nuove tecnologie, oggi gli eschimesi non vanno più a caccia
62. Qual è l’autore dell’opera del XVII secolo “Don Quijote de la Mancha”?
Jorge Luis Borges
Federico Garcia Lorca
Francisco de Quevedo
Miguel de Cervantes
Luis de Gongora
239. In quattro dei seguenti termini il suffisso “-teca“ ha lo stesso significato. Individuare il termine rimanente.
Fonoteca
Emeroteca
Biblioteca
Zapoteca
Pinacoteca